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UN
VERO PIACERE PER I SENSI
Ana
M. Revilla
Il
progetto triennale per la creazione del Museo Internazionale di Arte
Contemporanea della Città di Casoria rappresenta una questione
concettuale difficile da descrivere in poche parole, perché rompe
con l’idea di museo tradizionale e riunisce lo sforzo di centinaia
di persone riunite allo scopo di creare uno spazio vivo che sia
capace di rappresentare un riferimento culturale e che si adatti
alle innovazioni ed ai cambiamenti della creazione contemporanea.
Non
dico nulla di nuovo ne quando affermo che l’arte e la creazione
contemporanea vivono in una vertiginosa voragine, ne quando dico che
le teorie sull’arte contemporanea progrediscono di continuo e che
l’idea di museo propria del XIX secolo è ormai obsoleta. Oggi
“l’arte non è solo realizzata dagli artisti in senso
proprio”, in primo luogo perchè viviamo in un’epoca di
relativismo artistico in cui non esiste un criterio unico di
distinzione tra cosa è e cosa non è arte - tutto può essere arte
– che porta allo sviluppo di diverse teorie sia circa l’essenza
della “artisticità” nel suo “significato” sia circa il
piacere estetico che essa provoca - e in secondo luogo perché
l’arte contemporanea viene determinata da molti agenti e fattori,
creatori, artisti, curatori, musei, centri d’arte, che cercano di
trovare nuovi corsi e costruire un nuovo discorso.
Attraverso
questo progetto possiamo prendere parte alla costruzione di questo
nuovo discorso.
Il
Museo di Arte Contemporanea di Casoria punta a realizzare, oltre
diverse sale espositive anche spazi in cui gli artisti lavorino,
laboratori d’arte, luoghi destinati alla riflessione ed al
dibattito sull’arte e le culture contemporanee.
Come
direttrice di un centro d’arte contemporanea con caratteristiche
ed obiettivi simili, apprezzo la ricchezza di questo progetto e la
sua capacità di dialogare con gli agenti dell’arte contemporanea,
con il pubblico e con chiunque si mostri interessato a conoscere ed
a contribuire allo sviluppo delle nostre manifestazioni artistiche,
culturali ed estetiche.
“100
artisti per un Museo” raggruppa artisti provenienti da diverse
nazioni e che lavorano in diverse discipline. Gli artisti spagnoli
selezionati quest’anno mostrano nelle loro creazioni, originalità,
qualità e molteplici possibilità di espressione e sfumature
artistiche ed estetiche.
Quando
Javier Almalé e Jesús Bondía
decisero di iniziare a lavorare insieme, ognuno aveva già orientato
la propria pratica artistica verso la fotografia e la creazione di
video.
Il
loro lavoro riflette una delle costanti artistiche degli ultimi
anni: smantellare la costruzione degli stereotipi per la
rappresentazione della realtà, rimetterla in discussione e
introdurre nuovi livelli di interpretazione. Attraverso il loro
lavoro essi cercano di provocare una situazione estetica che sia
intuitiva, costruire paesaggi (o nozioni di paesaggi), inferni o
paradisi mentali contrassegnati dall’estasi estetica, l’amore,
la solitudine, il dolore. Descrivono un mondo singolare in cui il
naturale si trasforma in artificiale e quella realtà in qualcosa di
impossibile da interpretare attraverso le sue proprie cose, è un
paesaggio metafora di un mondo in cui l’uomo non è la misura di
tutte le cose.
Le
immagini del loro video sono uno shock sensoriale, significanti di
fronte a significati, una poetica che mette in relazione amore e
dolore. La presenza umana è sparita.
Fernando Barredo, Loc, è un artista diverso, unico, e il suo mondo artistico è
definito da quella originalità, da una visione speciale piena di
ambiguità, provocazione, di forza sensoriale, di potere mentale.
Nella sua opera, il punto di partenza si va trasformando nella
misura in cui l’artista lo elabora e lo lavora. L’ambiguità fa
sì che lo spettatore sia coinvolto, che determini il contenuto
dell’opera d’arte. Non ci sono limiti nella scultura. L’opera
d’arte si trasforma in una moltiplicazione di processi di
“incontro col reale”. L’opera di Fernando Barredo è una
sintesi tra la verità accessibile e inaccessibile, tra la realtà e
la magia.
Felix Anaut ha uno stile molto personale, attraverso forme eccessive
e opprimenti l’artista ridefinisce e ripensa alle nozioni di
soggetto ed essere umano. Questo ricorso al teatrale rivela
l’interesse dell’artista per l’anatomia umana come via per
investigare nell’arte figurativa e nell’essere umano. Anaut
sembra rappresentare un postmodernismo conservatore: promuove un
ritorno alla figura, alla tradizione umanista
ed al soggetto. In definitiva, un ritorno al reale. Se
l’arte contemporanea si è allontanata dal mondo reale, Anaut ci
da’ una prospettiva del mondo molto individuale basata sul ritorno
del corpo.
Gloria Pereda ci offre un quadro di sottile poetica, di colori soavi
e contrastati e di forme piatte. Lo spettatore ricerca un punto
spaziale da cui dare inizio all’interpretazione. Questo stimola
l’interazione tra l’opera d’arte e lo spettatore che si trova
circondato da un mondo estetico con un linguaggio unico pieno di
significati allegorici. Attraverso un’astrazione estetica Iraida
Cano, invece, ottiene un’opera d’arte che è stata creata
come una forma artificiale per integrarsi col mondo reale E’ come
se l’arte nascesse dalla natura per tornare ad essa. E’ come se
l’artista volesse trasmetterci, attraverso la sua opera la felicità,
la bellezza o l’edonismo, ricorrendo all’imitazione di forme
della natura ma raggiungendo un grado superiore: la stilizzazione.
Si tratta di uno stato avanzato di denaturalizzazione dell’oggetto
rappresentato. Osservando le sue sculture, esse ci rivelano un senso
concettuale e penetrante; oltre l’imitazione, oltre la
figurazione, oltre la semplice rappresentazione della bellezza.
Joan Llácer pianta
il seme dell’autodistruzione in ogni suo lavoro. Fa della
negazione l’istanza per la purezza della sua lotta per eliminare
ogni contaminazione di
bellezza estetica, ogni concessione all’ornamento o alle forme
superflue che seducono lo spazio e rinnegano il tempo, che
annunciano la loro decomposizione epidermica per l’amore della
consacrazione dello scheletro. L’essenzialità strutturale è il
paradigma del Trascendente in un’arte senza concessioni, in una
scultura che eredita la semplicità e la forza della ceramica, che
esprime le verità del fuoco e della terra. Llácer
usa lo stato larvale come un germe della creazione e elude lo
splendore della farfalla, l’illusione sensoriale, per saltare
direttamente alla piroetta concettuale dallo stato della crisalide
ad uno di fossile, con cui consacra
forme e idée.
I
dipinti dello spagnolo Manolo
Messia sono caleidoscopi che sovvertono la realtà attraverso la
finzione; con la precisione del chirurgo, commette il “crimine
perfetto”. Egli infatti con geometria ingannevole colpisce ogni
resto della natura. Si tratta di composizioni pura in cui
l’elemento narrativo non crea discorsi estetici; piuttosto si
rallegra di distruggere il linguaggio fino ad arrivare al silenzio
della luce che attraversa il vetro.
Ana Ferriera compone, con
l’argilla cotta, figure che arrivano intrecciate al forno,
crogiuoli di afflizioni e sentimenti in cui gli aspetti umani
incontrano ancora il Dio del fuoco. Nell’idea di quest’ artista
“del popolo”, i corpi appaiono nella loro identità, le mani si
toccano, i visi sono interrogativi, c’è il rifiuto dell’IO in
favore del NOI con cui Ferreira si rivolge
ai cori ancestrali, alle danze di iniziazione e ai riti di
fratellanza; i falò collettivi dove il gesto, il contatto, il
grido, mostrano che la complicità umana non ha bisogno di parole,
slogan, bandiere. L’uomo allo stato “puro”, nel paradiso prima
delle proibizioni, ci libera da scismi, pregiudizi e frustrazioni;
ci restituisce la nostra capacità di vivere senza limiti.
La
paraguaiana Marta Carolina
Beckelmann González eleva l’antropometria a categoria
estetica, relaziona la figura umana alla geometria mostrando che la
materia organica e inorganica, sopravvissuta ed estinta, sono
espressioni della medesima realtà pulsante. In questa realtà,
specchio dei momenti in cui la vita non ha alcun senso senza
testimonianze, le cose di ogni giorno, anche gli aneddoti,
possiedono significati onirici .
Beckelmann
obbliga all’importanza del pensare e insiste di volta in volta nel
percorso umano “dal” fango.
La
sud coreana Jung
Yeun Park abita un mondo in cui la realtà è una
primavera di sogni vissuti. In esso i sogni sono riflessi, sfere
scintillanti dai colori impossibili che non inviano mai i loro raggi
su linee rette.
Questa
artista giunge all’astrazione dalla riduzione dell’assurdo,
dall’esaurimento dei parametri figurativi in un universo plastico
che tende a rimuovere la corporeità. Il lavoro che ci presenta è
etereo poiché parla di chimere non assopite mentre lasciano i loro
stessi posti d’origine, trasformando la vita in strada e la strada
in movimento.
Il
dipinto della bulgara MIlena
Ouzounova ricava l’ocra dalla terra e il blu dal cielo e
dall’acqua. L’artista crea il suo lavoro come il vento e la
pioggia fanno con i paesaggi. Lavora con le superfici pittoriche
impregnandole, lacerandole, inumidendole, corrugandole, facendo di
ogni composizione, con il minimo utilizzo di colori e procedure,
un’esperienza unica. Usa solo due colori dello spettro visivo da
cui ottiene risultati eccellenti.
Senza
alcun dubbio, questi artisti rispondono al tempo in cui vivono, ed
è in special modo interessante che essi ci invitino alla
riflessione e alla contemplazione della bellezza, al godimento
estetico e all’unione tra il naturale e l’artificiale.
Un
vero piacere per i sensi! Un progetto unico e ricco. Un museo vivo.
Saragoza,
aprile 2005
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