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CASORIA
CONTEMPORARY ART MUSEUM
Marina
Gauthier-Dubédat
In
un posto il cui nome suggerisce gli splendori della Terra e la
grandiosità dell’Essere Umano, sta per nascere un nuovo museo
dedicato all’arte contemporanea internazionale grazie alla
determinazione ed alla cura delle autorità di Casoria e del Centro
Internazionale d’Arte Contemporanea di Napoli diretto da Antonio
Manfredi.
Artisti
ed amanti dell’arte francesi sono lieti di dare il benvenuto e di
augurare il meglio per questa nascita.
Come
se venisse fuori dai sogni di Charles Baudelaire, André Malraux o
Elie Faure, questo Museo ha lo scopo, nella sua eterogeneità, di
rappresentare il riflesso dell’Arte del nostro tempo ovunque nel
mondo, per mettere in evidenza la sua essenza universale, infinita e
metafisica. Quindi la vasta e completa struttura è stata creata per
la conoscenza, la riflessione e la contemplazione e divisa in
diversi settori d’attività: una galleria per la collezione
permanente, un’altra galleria per le mostre temporanee, un parco
con monumentali sculture, una sala di lettura e proiezione, un
laboratorio pedagogico, un area multimediale, un bookshop, sudi ed
appartamenti destinati agli artisti.
Questo
“Museo Ideale”, così perfetto da non sembrare vero, aprirà le
sue porte nel 2008 ad un pubblico eclettico, già “iniziato” o
neofita, sempre sensibile e di mente aperta, avido di emozioni e di
gradevoli forme (bellezza plastica). Senza dubbio esso sarà
affascinato da tutte le tendenze plastiche del nostro tempo:
astrazioni liriche o analitiche; espressionismi astratti o
realistici; figurazioni oniriche, pop, iperrealistiche , surrealiste
o impegnate; arte primitiva e altro ancora. Mostrerà, inoltre,
tutti i materiali utilizzati dagli artisti, come la pittura, la
scultura, la foto, i video. Si appassionerà particolarmente alla
ricerca di tipologie culturali, implicite, ovvie o inesistenti a
seconda dei casi, scoprendo infine, attraverso le quaranta nazioni
rappresentate, il comune carattere del pensiero, dei sentimenti
dell’Essere, al di là delle frontiere del razionalismo.
Seguendo
l’esempio delle sue vicine – città antiche, medievali o
barocche come Pompei, Ercolano, Capri o Caserta – la città di
Casoria, vicina a Napoli, marcia verso la civilizzazione con
l’inizio di un nuovo capitolo: il ventunesimo secolo.
Vorremmo
congratularci in questa sede con Antonio Manfredi, Giosuè De Rosa,
Giulio Russo, Pino Esposito e tutti i promotori di uno dei più bei
progetti del nostro tempo. E li ringraziamo per aver invitato la
Francia a prendere parte a questa grande avventura.
Jacques Haramburu dopo aver
completato gli studi alla Scuola di Arti Decorative, Belle Arti di
Parigi e Arti Decorative di Aubusson, Haramburu si lancia
nell’indagine delle forme a carattere espressivo. Utilizza diversi
supporti tecnici come la pittura, la ceramica e gli arazzi. Con una
gestualità dinamica e attraverso il dripping, lacera e tratta
rozzamente le superfici, insistendo sulla quantità e la qualità
dei materiali. Copre tutta la superficie plastica con uno strato
omogeneo. Ma, talvolta, preferisce suddividere la superficie in due
parti, creando un forte contrasto tra un’atmosfera calma da un
lato ed un campo di battaglia dall’altro. In questo modo, come
nella scrittura automatica, riesce a trascrivere il più onestamente
possibile le emozioni, le sensazioni ed i sentimenti umani.
Dopo
un soggiorno nella Casa de Velázquez a Madrid, l’artista sceglie
di non usare più i colori. Utilizzando solo le forme ed il bianco e
nero, egli crea una sobria e mistica angoscia, talvolta attraverso
euritmie plastiche dolci e trascinanti, grazie ad un utilizzo aereo
e leggero del pennello, talvolta con forme violente e morbide e
schizzi o impasti di pittura. Grazie ai suoi riferimenti alla
sofferenza fisica e mentale e alla minaccia della morte, il suo
lavoro può essere comparato all’espressionismo Spagnolo –
specialmente a Saura, Millares, Tàpies o Feito – più che alle
produzioni americane.
Il
dittico senza titolo che espone a Casoria esprime correttamente una
serenità malinconica, rasserenante e spaventosa allo steso tempo,
commovente ed affascinante come l’allegro mezza voce di un
concerto.
Odile Cariteau Profondamente
segnata dall’esperienza in uno dei più originali e pittoreschi
paesi dell’Africa, dove ha trascorso l’infanzia e
l’adolescenza, Odile Cariteau si appassiona dapprima alle varie
definizioni dei simboli universali, specialmente attraverso le
religioni e le filosofie orientali. A partire da quelle ricerche, a
prima vista scientifiche, ella scopre un cammino puramente
spirituale, che si applica naturalmente al suo lavoro di creazione
artistica. In seguito, lo studio degli antichi caratteri ebraici
della Torah, basati sulla “anagogie” del quadrato, e poi delle
calligrafie, più libere e complesse allo stesso tempo, del Tchan,
Taï-Chi-Chuan e Chi Gong, sembrano fornire una strada per penetrare
il mistero della nostra Genesi e della comprensione del mondo.
Questo studio influenza moltissimo le sue aspirazioni plastiche e le
sue composizioni.
Usando
soprattutto come supporto la tela, ma anche la pietra, i mattoni, le
piastrelle e la ceramica, specialmente il raku, l’artista lascia
che schizzi e chiazze irregolari – spesso nere e grigie –
corrano sulla superficie, in una maniera tale che la loro struttura
ci ricorda gli elementi della natura – il cielo, il vento, le
stelle – ed allo stesso modo le riflessioni di un uomo in perpetua
ricerca della saggezza.
Seguendo
l’esempio di Zao-Wou-Ki, Gao Xingjian o, più vicini a noi, Turner
e Mathieu, Cariteau ci comunica qualcosa con un “ardente tatto”,
perché in questo dinamismo lineare, onirico e persino
espressionista, l’orientale succulenza di una perfetta padronanza
della pennellata dell’artista è essenziale.
Marie-Françoise Rouy Avendo
sviluppato molto presto una vera passione per le arti plastiche, la
musica, la letteratura e le lingue, la personalità di Marie-Françoise
Rouy è caratterizzata da un autentico e ricco eclettismo che
conferisce al suo lavoro non solo una necessaria profondità
metafisica ma anche un estetica fondamentalmente rigorosa, nella sua
marcia verso l’avanguardia.
E’
così che, ad esempio, i Pi –ancestrali simboli cinesi del cielo
– dapprima si impongono nel suo immaginario e poi vengono
realizzati in calcestruzzo, un materiale non usato spesso nelle
creazioni plastiche ma che consente ancora di creare numerose forme
e strutture.
Quei
cerchi, allegorie del divino, ma anche altre figure geometriche, più
o meno classiche ed espressive dell’essenza spirituale, hanno due
lati. Uno è piatto e rifinito, in cui l’artista introduce vari
pigmenti, calligrafie orientaleggianti a foglie d’oro ed una
voluta alternanza di superfici lucide e brillanti ed altre ruvide e
matte. L’altro lato è grezzo e irregolare, ridotto ad una
condizione primitiva al fine di dare completa libertà al dualismo
delle cose: da una parte, la genesi elementare, dall’altra, il
progresso verso la perfezione.
Nel
lavoro di Marie-Françoise Rouy, tutte le filosofie sembrano
convivere in un sincretismo armonioso e pertinente. Allo
stesso modo, le sue orientazioni espressioniste, liriche o legate
alla materia, ben si accordano con le espressioni plastiche
estremo-orientali, e creano in tal modo un arte esaustiva ed al
contempo originale
Pierre Gauthier-Dubédat Dopo
aver completato brillantemente gli studi alla Scuola Nazionale
d’Arte di Parigi ed aver imparato l’arte dell’incisione su
lastre di rame nelo studio di Johnny Friedlaender, Pierre
Gauthier-Dubédat si dedicò alla creazione in una maniera
spirituale ed al contempo estetica. Seguendo l’esempio di Socrate
alla ricerca della Bellezza, sa che solo l’armonia conduce
all’assoluto. Fanciullo del ventesimo secolo, l’artista domina
l’incessante metamorfosi dell’avanguardia al punto che la sua
ricchezza e complessità lo nutre e lo porta a creare un linguaggio
unico, allo stesso tempo pioniere e completamente radicato nella sua
generazione, penetrando in tal modo l’universalità proteiforme e
l’atemporalità della Storia dell’Arte.
Le
sue prime opere, violente e tenebrose, conducono lo spettatore suo
malgrado ad un universo che ricorda Goya, dove semplici
conversazioni, passeggiate bucoliche o incontri amorosi divengono
inusuali coreografie circolari, trascinando l’intera scena in una
più o meno accentuata rotazione.
Col
passare degli anni, i personaggi svaniscono, poi spariscono del
tutto, lasciando lo spazio e l’azione alla Natura, talvolta ostile
e spaventosa, talvolta gentile e ospitale. Questa natura nasce dal
sogno o direttamente dall’ispirazione data dai viaggi compiuti
dall’artista ovunque nel mondo. Dunque, essa penetra la nostra
percezione e ricostruisce il nostro universo. Così, attori ed
esteti ad un tempo, passiamo attraverso le numerose porte, propilei,
archi, stretti passaggi tra due dirupi o nel mezzo di una fitta
foresta, che predominano nelle sue composizioni. Siamo così
inevitabilmente attratti da questo “al di là”, pieno di
speranze e meraviglie emozionali, che ricorda il Paradiso di Dante.
E, poi, contempliamo il mondo, appollaiati su altezze che si aprono
sull’infinito e sugli umori del cielo.
Fondamentalmente
lirica, la pittura di Pierre Gauthier-Dubédat vuole esprimere il più
fedelmente possibile i sentimenti e le riflessioni dell’uomo nella
sua ricerca della verità, attraverso la costante e illimitata
scoperta degli elementi che lo circondano. E quindi, la sua pittura
arricchisce, con le sue innegabili qualità, la tendenza parigina
con cui l’artista ha molte cose in comune, oltre Vieira Da Silva,
Soulages, Atlan, De Staël…
Parigi,
marzo 2005
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