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UN’IDEA
APERTA
Artemis
Eleftheriadou
Il
significato e il valore del “progetto museo” rimane vitale,
seppure sottoposto a sfide continue. Perchè il processo con cui
avviene la familiarizzazione e l’interazione del grande pubblico
con l’arte e la storia dell’arte è sempre aperto a nuove
proposte. La necessità di creare una cultura del museo viene
effettivamente discussa e rivalutata.
Il
Museo Internazionale di Arte Contemporanea di Casoria promuove un
vigoroso programma, con la forte volontà di creare una collezione
di opere di artisti internazionali contemporanei. Nel corso di un
programma Triennale si completerà una collezione di 300 opere
d’arte, le quali in seguito costituiranno la Collezione Permanente
del Museo.
Retto
da un’idea aperta e differente, il museo promuove un’alternativa
alla nozione comunemente accettata e familiare di arte e di storia
dell’arte. Non avendo un carattere vincolante, Il Museo
Internazionale di Arte Contemporanea di Casoria esplora le sue nuove
potenzialità con la speranza di diventare sempre più attivo nella
vita culturale di una comunità sempre più ampia. E’ interessante
notare come il museo inviti e esibisca artisti provenienti da luoghi
diversi, compresi anche luoghi che sono costantemente trascurati
dalle tendenze dominanti dell’arte contemporanea. Questo
particolare intento consente di dar voce a una molteplicità di idee
nuove e alternative, accanto a discorsi artistici più tradizionali
o riconosciuti.
Nella
mostra in corso, “100 Artisti per un Museo”, la quale inaugura
il progetto Triennale del museo, Cipro partecipa con quattro opere
presentate rispettivamente da Klitsa Antoniou, Melita Couta,
Panayiotis Michael e il gruppo artistico Two four two. Poichè
l’arte spesso diviene il mezzo di collegamento del personale con
il sociale, del privato con il politico, dell’illusione con la
realtà, od anche della vita con l’arte stessa, le quattro
proposte cipriote sono raggruppate insieme per esplorare una vasta
gamma delle problematiche che vengono a crearsi nel contesto della
cultura contemporanea. E’ necessario precisare che la loro
presenza in comune si è materializzata tenendo conto delle loro
differenze
in termini di metodi d’arte, di contenuti e di esecuzione
della stessa. Rispondendo alle aspettative, le opere offrono una
visione rappresentativa seppure ridotta dell’attuale scena
artistica cipriota.
E’
ragguardevole il fatto che, nell’opera di Klitsa Antoniou (Regina, 2004), il posto centrale sia occupato da
una interrelazione di significati paralleli, ma allo stesso tempo
equamente semantici, privati e politici, che mirano a intervenire
sulla storia, la cultura e il privato. Allo stato attuale delle
cose, dove le frontiere geografiche, politiche e culturali sono
piuttosto fluide se non addirittura disfunzionali, la Antoniou cerca
di coinvolgere quella micro e macro politica che riguarda
l’identità privata e sociopolitica degli individui. Mentre i
confini sono diventati fluidi e le strutture culturali hanno
spostato il loro centro d’interesse, c’è un ancora più forte
desiderio di esplorare il proprio contesto privato e la
necessità di appartenenza, dal momento che il ritrovare la
propria identità personale coinvolge in gran misura la propria
comprensione di luogo nel suo specifico essere.
Quasi abbandonata nella nebbia di un posto di lavoro,
l’opera nega la sua caratteristica di esibizione teatrale. La
fotografia di una donna nuda vista da dietro è posata su due gambe
di un tripode di legno, lasciata agli sguardi speculativi di chi la
osserva. Le mani della donna sono piegate indietro, come se con
questo timido gesto essa voglia nascondere la sua nudità,
enfatizzata dalla ruvida luce naturale. Ciò che risulta abbastanza
difficile notare è che sotto la composizione, una sorta di tavolo,
è situata una mappa storica del Mediterraneo. Sorprendentemente,
l’isola di Cipro assume la stessa posizione degli organi sessuali
della donna. Un elemento spesso ricorrente nell’opera della
Antoniou è l’inclusione di informazioni nascoste che si devono
scoprire e che funzionano come la battuta
finale/il punto di forza della apparente opera d’arte.
La
rappresentazione bi-dimensionale dell’isola è circondata dalla
presenza potente di alghe marine naturali, elemento naturale comune
alle coste marine, che suggeriscono peli pubici messi in mostra
dalla figura distesa. Costanti tumulti politici e invasioni
frequenti da parte di diversi stati stranieri caratterizza, anche al
presente, la storia e l’identità dell’isola. In aggiunta alla
ricerca di appartenenza
e della posizione dell’isola nelle carte geografiche di
origine occidentale, Antoniou giustappone il significato del corpo
femminile – o meglio del suo stesso corpo – come un segno
culturale che ricerca i suoi propri parametri di sessualità e
identità. Il corpo femminile – il suo corpo – diviene il campo
di battaglia del desiderio e del rifiuto, nello stesso modo in cui
l’isola diviene il territorio dove i ciprioti tuttora lottano per
comprendere e definire i loro molteplici ruoli e le loro molteplici
identità. Ancora di più in un periodo in cui l’isola
geograficamente, politicamente e culturalmente appartiene sia
all’Occidente che all’Oriente.
Colto
fra disgusto e bellezza, il busto femminile di Melita
Coutas, (Rose, 2004),
evoca una gamma di stati emotivi contrastanti. Laddove
l’opera è un pensiero evidente, espressamente enunciato che
stimola la natura della psiche femminile e le politiche che la
governano, il busto si viene a trovare inoltre in una condizione non
facile a causa di un suo dislocamento materiale e di una
manipolazione del corpo umano quasi bizzarro. La posa del busto che
imita quella di una statua, con un arto espressamente reciso,
afferma che non è stato fatto alcuno sforzo perchè sembri imitare
la vita.
Al contrario, l’opera richiama i prototipi di bellezza
stabiliti dalla tradizione greco-romana. La bellezza diviene una
questione dolorosa, visto che al busto è stata portata via la
pelle, la superficie su cui sono iscritte le qualità della bellezza
fisica. Con ironia, sotto la pelle assente si rivela la fibra della
carne, meticolosamente studiata e interpretata, poiché ogni muscolo
è vividamente esposto. Muscoli e fibre della carne sono realizzati
con infiniti, lunghi capelli femminili, segno di bellezza e forza
vitale. Resistenti alla decomposizione naturale, anche dopo
la morte, i capelli in questa opera ottengono un dislocamento quasi
arcano. Ciò che è familiare, erotico e amato, diviene ora il mezzo
per ritrarre la realtà clinica dell’anatomia umana quando la
pelle è stata strappata via. Nell’opera della Couta viene
espressamente data chiara attenzione ai modi con i quali una donna
percepisce il proprio corpo e la propria sessualità, visto che la
figura diviene cosciente della propria immagine mentre fissa con
leggiadria il riflesso di sé stessa nello specchio. Questa
figura-busto è esposta con brutalità ed è consapevole dello
sguardo delle persone che la osservano, provocando in esse pietà o
repulsione. La vittimizzazione e l’abuso che la cultura e la moda
attuale infliggono alla donna sono non soltanto suggeriti ma
piuttosto bruscamente “scolpiti” sulla fisicità del corpo. Come
nell’intestino di Helen Chadwick attorcigliato a una placchetta
di sottili capelli biondi, così la Couta esplora il
rapporto fra esteriore ed interiore,
fra vanità e decomposizione, fra desiderio e dolore. L’opera
tuttavia funziona anche oltre questa apparente incarnazione di una
primaria “questione femminista”, poiché il lavoro cattura anche
un senso di immagineria onirica. Ciò viene ottenuto con l’uso di
un irrazionale dislocamento e la coesistenza di condizioni
contraddittorie, mentre il lavoro assume un linguaggio del passato,
i significati reconditi di un incubo e un’ambigua sessualità.
Se,
da una parte, non è possibile negare la
necessità di comunicare un pensiero, un momento, un
paesaggio, dall’ altra, risulta alquanto discutibile che si riesca
a raggiungere simile obiettivo nella sua interezza. La natura
elusiva della ri-verbalizzazione o ri-rappresentazione di
un’esperienza rinforza la realizzazione di alcune qualità
intraducibili. Allo stesso modo, il processo di creazione di
un’opera d’arte passa attraverso una serie di dolorosi momenti
che negoziano l’incapacità di creare ciò che realmente si
trova nella mente dell’artista.
Spesso, qualsiasi cosa si intendesse realizzare essa
intraprende in seguito un percorso inevitabile che risponde a un
impulso necessario: raggiungere lo spettatore. Sotto questo aspetto,
l’opera d’arte esibita non potrà mai essere considerata come
compiuta ma piuttosto nel processo di una evoluzione sempre in atto,
mai conclusa. Ciò che
vede lo spettatore è soltanto un momento congelato, un’istantanea
nel trascorrere del tempo. Con
una quasi ossessiva perseveranza, Panayiotis Michael compone
metodicamente un’immagine di stratificati diagrammi, disegni
architettonici, percorsi, cartografie di spazi o situazioni, (To
Approach You – Plan 2, 2002-2003). Somigliante a panorami urbani
architettonici, a reti, a scanalature, dettagliati in una maniera
affascinante, questa mappa bizzarra articola impossibili e
immaginari campi di percezione. Lottando per trarre un senso fuori
dal caos, egli forma i suoi pensieri irrealizzati col tradurre
geograficamente le debolezze di poco conto, i vicoli cechi, le
ripetizioni ossessive e le attraenti minuzie della mente. Nel libro
“Le città invisibili” di Italo Calvino Marco Polo descrive a
Kublai Khan le città che ha visitato. Khan ascolta il giovane
esploratore con eccitazione e sospetto riguardo alla veridicità del
racconto. In un caso o nell’altro, tuttavia, sia il Khan che il
lettore restano incatenati dalla forza delle vivide e ricche
descrizioni delle città. C’è un carattere euforico e seduttivo
nell’immaginare ciò che è impossibile vedere o comunicare nella
realtà. Coinvolto in un interminabile processo giocoso, Michael
“rinuncia” all’attuazione della sua impossibile opera d’arte
e la risolve con il registrare geograficamente il desiderio, il
progetto del pensiero di quella. La realizzazione cartografica del
panorama mentale è congelato nel tempo. Viene tradotta in un
risultato estetico statico, il quale riflette l’energia, la
passione e il tormento del momento della sua creazione.
La
fotografia estremamente teatrale, in un certo modo scultorea messa
in mostra dal gruppo Two four
two usa l’immagine di sé stessi, quale evidenza sentimentale
del loro cosmo privato, articolato nel contesto pubblico. Identità
pre-costruite dettate dalla moda e dal marketing mettono ciascuna
costantemente in questione il proprio rapporto con la propria
identità. Il mio corpo non mi
appartiene più come non mi appartiene più il suo comportamento
sessuale e la sua identità. L’uso dell’insegna luminosa, la
quale a volte fa riferimenti ai tabelloni pubblicitari visti alle
fermate dell’autobus, nelle stazioni o anche nelle decorazioni di
un negozio, è un elemento ricorrente nell’opera dei 242,
(Personal Grids, 2004). Dissimulata sotto l’aspetto di ritratto
fotografico, l’opera investiga la realizzazione dell’identità
privata di un individuo come un veicolo di discorso emozionale che
diviene di dominio pubblico. Un dominio che non è soltanto
esteticamente esigente, ma è anche in cerca di comportamenti
sociali accettabili. Mentre le insegne luminose appaiono ordinarie e
semplici, è stata applicata sopra le insegne una grata di barre
d’alluminio, parte delle strutture reggenti delle luci
industriali, causando un effetto a specchio interminabile. Frammenti
delle immagini sono riflessi incessantemente arricchendo la
profondità visuale e formando una solida grata, tenendo lo
spettatore dentro e fuori l’immagine e verificando l’esitazione
e il bisogno del privato che diviene pubblico. Le immagini usate
nell’opera trasmettono un carattere fortemente coinvolgente
provocato sia dalla loro onestà che dalle loro suggestive
alterazioni, dal loro essere in un quasi antico bianco e nero, così
come dal loro rinvio a familiari, pre-costruite identità pubbliche.
C’è la sottile ambiguità che, sotto le luci fluorescenti, i visi
ritratti siano resi più belli o piuttosto passati clinicamente ai
raggi-X. Sono quelle dure, cliniche insegne luminose o lussuose
visualizzazioni pubblicitarie? 242, impiegando materiali altamente
industriali, estraniatosi dal processo creativo, la maggior parte
dell’opera appare quasi trovata, come fosse un elemento di design
che interagisce con il vocabolario architettonico dello spazio.
L’opera provoca lo spettatore “a leggere sulla superficie”,
allo stesso modo in cui la pubblicità contemporanea ritrae il
corpo. Risulta alquanto particolare, ed è questo probabilmente
l’elemento forte dell’opera dei 242, che mentre essi
usano materiali industriali, rifiniture perfettamente
eseguite e c’è un’assenza evidente di trattamenti manuali,
l’opera diventi piuttosto introspettiva, ma allo stesso tempo
intensamente espressiva, suscitando tensione emozionale.
Nicosia,
aprile 2005
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