L’ARTE GLOBALE

Helena Dagureeva

 

Ho conosciuto Antonio Manfredi in occasione della sua personale nell’ Ethnographic Russian Museum di San Pietroburgo nell’inverno del 1995, già all’epoca, passeggiando per la Nieschi discutendo per ore, a volte anche animatamente, sul significato del fare arte mi accorsi che la sua visione dell’arte era globale, non mi sono quindi affatto meravigliata quando sono venuta a conoscenza del suo progetto di realizzare un Museo di Arte Contemporanea. E’ veramente arduo fare una panoramica esaustiva su tutte le opere presenti a questa mostra dal titolo 100 Artists for a Museum, ci troviamo di fronte ad artisti differenti per stile, tecnica,  età e formazione. Eppure già ad uno sguardo d’insieme risulta evidente come la rassegna restituisca con grande evidenza quella che è la caratteristica principale della ricerca artistica di questi anni: un contesto aperto, dove all’assenza di correnti nettamente dominanti e di rigidi separazioni settoriali corrisponde la complessa, indefinibile fenomenologia di un pluralismo diffuso, in cui il protagonismo delle diverse personalità traccia percorsi mobilissimi, che s’accostano, s’incrociano, divaricano, creando così una rete di identità e di differenze che scavalca i confini geopolitici e assume dimensioni planetarie.

Dalla fotografia alla pittura e alla scultura, dal video alla installazione, ci accorgiamo che ai linguaggi e alle tecniche tradizionali delle arti visive si aggiungono altre modalità espressive, come quelle consentite dalle nuove tecnologie della comunicazione, in un rapporto che non è solo di convivenza nella distinzione, ma anche di osmosi, di meticciamenti, di contaminazioni reciproche. Questo processo è documentato, tra l’altro, dalle opere fotografiche delle giovani artiste italiane Barbara La Ragione, che attraverso le mostruose deformazioni dei suoi “ritratti” allude a una dolorosa diagnosi della condizione umana,  e Monica Biancardi, capace di cogliere, nel flusso della quotidianità, momenti di sofferenza e  di dolcissima sensualità, e di consegnarli icasticamente ai suoi fotogrammi, della americana Liz Magic Laser, con le sue figure femminili percorse dal fascino di una fluida e misteriosa energia, e della bulgara Penka Mincheva, il cui dittico ... it sometimes hurts... gioca efficacemente sul contrasto tra l’estrema nitidezza della resa iconica e l’ambiguità delle corrispondenze semantiche.

Diverso invece l’utilizzo della fotografia da parte del giovane fotografo tedesco Ulf Saupe, che muta le sue figure umane in tracce metamorfiche in dinamico attraversamento di campi visivi indeterminati, e  dell’americana Lindsey Nobel, impegnata a tradurre il dato fotografico in nuclei filamentosi di una inquietante materia vivente. Le immagini alla Rorschach della colombiana Sandra Bermudez, con le loro fiorite simmetrie, esplorano il mondo della sessualità femminile, in una ricerca che riesce a bilanciare il rigore della forma con l’imprevedibilità del caso.

L’installazione dell’argentina Nora Iniesta utilizza l’ingrandimento di una vecchia foto di famiglia per portarci in un dimensione a mezza strada tra la precisione del  referto documentario e la seduzione di una memoria dilatata del tempo. Ancora allo scorrere della dimensione temporale ci riconducono l’installazione della boliviana Raquel Schwartz, che  presenta un manto realizzato con nastri recuperati da vecchie cassette audio, e quella dell’indiano Ashish Ghosh, realizzata con ventuno magliette di plastica trasparente serigrafate con motivi derivanti dalla storia e della cultura indiana.

Su una linea di impegno sociale si colloca, invece, la scultura interattiva dal titolo “Swing I”I dell’artista maltese Robert Francis Attard, che presenta una serie di cinque altalene realizzate con fucili da guerra. Di grande impatto emotivo sono le opere dei pittori italiani Fabio Gianpietro, con la sua mamma/zebra, carica di una pietas che, nella sua dichiarata inclinazione alla monumentalità, ha accenti da murales messicani, e Christian Leperino, con il lacerante, tragico espressionismo del suo bambino urlante, dal titolo “Bes/an”, del bulgaro Dimitar Grozdanov, con il ritmo oscuro della la sua plastica, drammatica sequenza di passi, del tedesco Heiko Hoffman, con una serie di quattro dipinti di figure femminili in cui la matrice espressionistica e gestuale si stempera in gradevoli pastosità cromatiche, dell’austriaco Robert Primig, che incide nella luce abbagliata del fondo frammenti figurali di forme, e dello bosniaco Kečo Mensud, con il suo “Grytan silente”, dal segno grafico pieno di graffiante dinamismo.

Il brasiliano José D’Apice presenta, con “Immagine e somiglianza”, un’opera che nella dolcezza di una luminosità soffusa rivela una mirabile costruzione formale. Né meno raffinata, nella prevalenza ovattata dei grigi, è il lavoro dell’inglese Emma Wood, che espone un grande collage realizzato con media diversi e disegni a china su carta.

Da una personale elaborazione dell’esperienza astratto-informale nascono l’ariosa spazialità dell’austriaco Armin Guerino, il luminoso e caldo cromatismo del connazionale Helmut Morawets, i mobili incastri di geometrie trasparenti dell’iraniano Nader Khaleghpour, la pausata danza delle forme sullo sfondo animato da cilestrine penombre dell’inglese Alan Waters, l’ordinato assetto compositivo di toppe e macchie sul timbro squillante del rosso della tedesca Renate Christin, le delicate e misteriose variazioni cromatiche su orizzonti multipli del ceco Jiri Voves.

Su diverse linee di ricerca pittorica si muovono il cubano Rodolfo Llopiz Cisneros, col suo gioioso montaggio di scritte e di icone familiari, l’italiana di origini americana Natalie Silva, che declina le immagini in forme di più energica e corsiva immediatezza, l’austriaco Franz Josef Berger, che in “Per-che” costruisce per accostamenti di frammenti un’immagine inedita di Napoli, l‘israeliana Eti Haik Naor, che nel suo lavoro di forte e ricercata matericità ha utilizzato il sale come medium.

Di diversa estrazione culturale l’opera pittorica del siriano Ahmad Alaa Eddin, che partendo dai segni grafici della scrittura approda a risultati di tenero lirismo, in cui la morbida partitura delle geometrie si coniuga con un tonalismo di attonita luminosità. Suggestive le opere di Aghim Muka, il cui “Puzzle” assembla, come su una scacchiera della memoria, icone che sono tracce di emozioni e pensieri, dell’artista del Benin Charly d’Almeida, che trasforma la superficie del quadro in uno schermo di apparizioni luminescenti, della norvegese Irmelin Slotefeldt, con un dipinto in cui il paesaggio si apre su aere lontananze, dell’italiana Maria Grazia Serina, con i suoi uomini/insetti realizzati con un grafismo entomologico sensibilissimo.

Di natura post-ecologica l’opera del giovane artista italiano Federico Del Vecchio, che nel nitore lineare delle sue icone fonde i temi dell’artificio tecnologico e della natura, con un effetto che s’insinua nella nostra percezione della realtà e la altera. Enigmatica la piccola, ma non per questo meno efficace, tela della scozzese Celia Washington, dove un aereo/uccello colpisce una figura mezzo animale e mezzo umano e ci riporta ai fatti dell’11 settembre.

Nell’area di ricerca tra scultura e installazioni si collocano il delicato minimalismo della scultura in cristallo della portoghese Frederica Bastide Duarte, il lavoro in ferro del tedesco Christoph Manke, che nella sua compatta matericità lascia affiorare la griglia di una sagoma topologica, e quelli delle  giovanissime artiste italiane Titti Sarpa, con la scultura bambola “Sitting doll” che declina con affettuosa delicatezza l’ossimoro di una ludica malinconia, e Cristina Treppo, con la fluente ariosità della sua cascata di fiori rosa.

Di particolare valore ritmico le sette piccole tele astratte dal titolo “L’immage di Napoli”  dell’austriaca Martina Braun, con il loro accentuato sviluppo orizzontale, e le quattro del tedesco Mayerle Manfred. Affascinante, per il calibrato equilibrio tra rigore geometrico e intensità percettiva, appare il luminoso quadro della pittrice belga Caroline De Lannoy. Particolarmente interessante il trittico dell’artista croato Bruno Paladin, che ha realizzato una vibrante composizione attraversata da una trama di venature d’ombra.

Meritano anche grande attenzione le opere dei fumettisti italiani Alberto Ponticelli, con una “tavola” dal diramato e nervoso linearismo, e Ale Staffa, con una striscia gigante gustosamente ironica, e dello svizzero Giona Bernardi, che dipinge una sorta di reportage sociale utilizzando un linguaggio personale di forte accento realistico

Ed infine l’installazione video fotografica di Antonio Manfredi, il quale in “Red vision” istituisce, tra le immagini del dittico, una rete di silenziosi rimandi, sul filo delle opposizioni e delle analogie iconiche. Il lavoro di Manfredi introduce alla sezione, notevolmente significativa per numero e qualità delle opere, dei videoartisti, che vede la presenza degli italiani Massimo Pianese e Ivan Piano con i loro video dal titolo “The bedroom” e “Red Rain”, della bosniaca Alema Hadžimejlić con il suo ciclo del giorno e notte dal titolo “Krug” e dei greci Fillippos Tsitsopoulos e Jannis Markopoulos rispettivamente con le opere dal titolo “A drop of dust again” e “Liquid and melted two”.

Qualche cenno vorrei dedicare alle sculture monumentali realizzate nel 2004 in occasione del 1° Casoria International Sculture Symposium che sono andate a costituire il primo nucleo di sculture del Parco delle Sculture della città. “Curve nello spazio” dell’eclettico artista napoletano Renato Barisani, una splendida traccia di luce, una spada brillante, una forma astratta nello spazio concreto. “Rogo di luce” dello spagnolo Fernando Barredo, un totem lucente dedicato a Crapula, il dio che combatte i senza sesso. Una maschera urlante, un atto di accusa alle menzogne ideologiche nella storia dell’uomo. “Presente/futuro” dello scultore napoletano Luciano Campitelli, un viaggio nella forma pura della materia attraverso la rilettura dell’esperienza futurista del nostro secolo. “The shadow of the ring” dell’artista slovena Metka Erzar, l’ombra dell’anello; una sorta di meridiana, un segnale, un orologio naturale. Una ricerca introspettiva sull’interazione tra spazio e luce alla ricerca dei punti energetici della terra. “The animals” dell’italiano Enzo Fiore, una ricerca antropologica sulla essenzialità della materia che diventa forma viva. “Plavi obljic icretama” del croato Vladimir Gaśparić, una freccia di marmo e ferro tesa verso il cielo, la ricerca dello spazio e della materia! la pietra che irradia nello spazio la sua energia. Domani, una enorme sasso di basalto del Vesuvio della scultrice tedesca Gisella Jackle, un’oscura, cupa roccia levigata. Una ricerca nell’essenza della materia. Una roccia lavica pronta ad espellere la sua energia. “Rinascita”, la scultura in ferro della giapponese Kaori Kawakami simboleggiante la rinascita della materia, un seme pronto ad iniziare il suo ciclo vitale. L’intrigante installazione di Antonio Manfredi dal titolo “Non è spiderman! ovvero prigioniero della stupidità”, un’opera concettuale sul significato dell’essere umano della quale lo stesso autore ci scrive: “Come in un incubo! prigioniero della stupidità umana, resti sospeso tra realtà e fantasia, tra passato e futuro, tra cielo e terra”.  “Fly to sky”, l’imponente scultura in ferro e legno del bulgaro Kamen Simov, un’insetto che sorge dalla terra profonda pronto a librarsi nel cielo. “West and cast to combine” dello scultore cinese Suo Tan, un finto reperto archeologico, una stele coronata di fiori. Una straordinaria visione del mondo orientale attraverso il tatuaggio della materia. Ed infine quella che forse simboleggia in se tutto il progetto della Città di Casoria, The Cog-la ruota dentata, la grande scultura che tutti gli artisti presenti al Casoria International Sculture Symposium  hanno voluto realizzare utilizzando una imponente ruota dentata per altoforno di archeologia industriale e che segna indubbiamente la nascita di una nuova era per la Città di Casoria.

 

San Pietroburgo, aprile 2005